Blocco creativo

Mi dico: dai, è ora di scrivere, non scrivi da una settimana o due. Apro google docs, gli occhi mi si ammorbidiscono, le mani non le sento più mie e non scrivo più. Veramente, non so cosa ho, non so come superarla. Non riesco a progettare, a pensare, a trasformare idee in scritto. La tastiera è una mandibola dai tasti aguzzi, e io ho paura di perdere le mani. Mi distraggo tra social network, giochi stupidi, messaggi che non arrivano. Ho paura di rimanere così. Perfezione, imperfezione, nulla.

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Viaggio strano al Centro della Terra

Quel giorno non mi sentivo molto bene.

Stavo guardando video di testimonianze di ex cultisti su youtube, isolato dal mondo dalle cuffie, quando il Grande Vento mi colpì paralizzandomi sul posto. La finestra alle mie spalle era aperta così come l’altra, più piccola, davanti a me. Era la fine della primavera e già faceva caldo. Anche il Grande Vento lo era, o perlomeno non era freddo ma di una temperatura neutrale che prendeva spunto dalla condizione termica dell’ambiente dove si manifestava. Questa era la mia impressione, almeno.

Non potevo muovermi, il video andava avanti e io continuavo a guardarlo e a fare attenzione a quello che la ragazza scappata dal culto stava dicendo al pubblico di un Ted Talk Neo Zelandese. La mia mente era come spaccata in due, lo avvertivo con lucidità, ero sicuro di sentirmi come un camaleonte capace di guardare sia davanti a sé che dietro. Da una parte seguivo attentamente i racconti di abuso e malmenanze, generando opinioni e possibili spunti per racconti, dall’altra ero terrorizzato dal Grande Vento incapace anche di chiedermi come fosse possibile che una roba del genere potesse accadere. La parte di me assoggettata dal Vento era puro istinto, bloccata dalla paura. Le due metà non si parlavano, erano come due entità diverse, spaccate, che non avevano idea di quel che passava nella testa dell’altra né percepivano le stesse cose.

Poi qualcosa mutò. Non so bene come descrivere cosa, ma sento che l’analogia che più si avvicina a quel che avvertii sia come quando cambia il ritmo di una musica: se prima c’erano i timpani frastornanti del vento misti alla melodia tranquilla un po’ sinistra di un pianoforte della ricerca su internet, ora si era aggiunto un terzo strumento, un lento oboe che sentivo avvicinarsi sinuoso dalla finestra dietro di me. Quel suono nasale e ottuso mi bloccò il respiro. Anche la mia metà attenta al video lo percepì.

Tutte e due le scissioni sentirono qualcosa appoggiarsi sulla mia testa, qualcosa che si adattò alla forma del mio cranio.

Poi cinque fredde falangi radianti dal centro.

La mano strinse la presa non così forte da farmi male ma abbastanza da manovrarmi, come se stesse tenendo un uovo molto delicato, e mi tirò verso la finestra, con una dolcezza materna.

Poi sparii fuori dalla finestra che si chiuse.

Però ero ancora dentro, seduto davanti al pc.

Ma mancava qualcosa, qualcuno.

I miei istinti si erano dissipati, ero diventato ultra razionale. Pensai subito di essermi immaginato tutto, e mi dimenticai immediatamente quel che era appena successo.

Poi accadde qualcosa di inspiegabile, ma la paura era fuggita fuori dalla finestra.

Sotto di me si aprì un portale e caddi attraverso il palazzo. Vedevo sezioni dell’edificio come se fossi in un tubo trasparente che trafiggeva i piani e vedevo i condomini vivere la loro solita vita, ignari di me. Pensai che doveva essere qualche arma di distruzione che era caduta sul tetto, disintegrando in una sezione circolare il mio palazzo. Un laser forse, un attacco orbitale che aveva distrutto tutto sul suo passaggio tranne me, forse ignorava le forme di vita. Forse era pensato per distruggere edifici militari senza uccidere nessuno.

Arrivai al piano terra, entrai in cantina, qualcuno ci stava trascinando un vecchio comodino, e continuai a cadere verso il centro del mondo.

Decisi di cominciare a contare i secondi che passavano.

Ne contai un bel po’. In minuti, aggiungendo il paio andati prima che cominciai a contare, erano 42.

42 minuti e mi fermai, bruscamente, caddi nel mio stesso corpo che già mi aspettava in piedi. Davanti a me il Centro della Terra. Non riuscivo a capire come potesse essere fisicamente possibile una cosa del genere, entrai in una brevissima crisi di un robot a cui viene raccontato un paradosso.

Poi, un decimo di secondo dopo, capii tutto. Intendo tutto.

Lui, il Centro della Terra, era davanti a me. Nel momento che lo riconobbi come forma corporea di fronte a me sapevo ogni cosa di Lui, il Diavolo, Lucifero, Satana, Iblis, Belzebù, Arimane, Mara, Seth, Apopi, Shiva, ma anche Dio, Allah, Yahweh, Brahma, Vishnu, Pangu, Izanami e altri.

Era lì, su un trono sferico, anzi, in un trono sferico, trasparente e gelatinoso. Lui era di forma fetale.

Sentivo una profonda connessione col Centro della Terra, sapevo anche perché. Io ero lui, come tutti gli altri esseri viventi terrestri e non, sapevo di essere il Diavolo eccetera, sapevo di essere tutti. Contemporaneamente.

Per metterla in parole tridimensionali, in realtà non ero tutti contemporaneamente, ma ero stato tutti e sarò tutti.

Il mio corpo era morto, dovevo nascere di nuovo. Sapevo bene chi sarei stato, ma non ha importanza perché una volta nato me ne sarei dimenticato, poi da morto avrei saputo tutto di nuovo.

Mi avvicinai al Centro della Terra e divenni Lui.

Poi nacqui il figlio di un pastore mongolo che sarò fra molte, molte vite.

Meglio di no

Tenermi tutto dentro mi fa un caldo boia

non piangere mi fa un caldo boia

una fatica allucinante

perché non mi ammazzo?

Spontaneità

questa nemica

caldo

caldo

caldo da dentro

freddo da fuori

cosa

cos

cos

cos

voglia di piangere

non posso

sono in compagnia

esco

non esco

meglio di no

telefono scarico

che faccio?

che faccio?

voglia di ammazzarmi vieni a me

meglio di no

che palle

ho il caffè in gola

bevo acqua ma non scende

riempio il bicchiere

bevo due sorsi

e butto il resto nel lavandino

perché faccio questo?

Perché il mio corpo mi odia?

Boh

intanto

scrivo

però

la voglia di vivere

quella

manca

.

Sabbia Rovente

È proprio un bel castello di sabbia, pensai, e mi tornarono in mente quei ruderi cilindrici che crollavano non appena sfilavo il secchiello. Il me bambino provò invidia. Mi decisi ad attraversare il lembo di carboni ardenti quale era la sabbia secca che separava il bar dall’umida costiera.

La sabbia bruciava sotto le piante dei miei piedi, procedetti mezzo saltellando, mezzo perché saltellare come un deficiente mi imbarazzava parecchio nonostante le uniche persone presenti erano in una coppia limonante sotto un ombrellone a spicchi bianchi e gialli.

La sabbia color grafite per l’umidità era un sollievo incommensurabile per le mie fette roventi, ma persino più grande fu il mio stupore quando posai gli occhi sulla precisione e il dettaglio con cui era stato eretto il castello. Ne ammirai le guglie gotiche, gli archi a ogiva, persino le tegole, solcate accuratamente con uno stuzzicadenti, immaginai.

Mi venne una gran voglia di infilare la testa nell’entrata con una torcia in bocca per vedere se ci fosse un affresco sul soffitto, se ci fossero colonne incapitellate, se ci potesse essere un piccolo trono con un piccolo re che negasse le richieste poderose di un suo vassallo che non aspettava altro che il suo regnante venisse spodestato.

Misurai a occhio la larghezza del portale, non sembrava troppo stretto. Non mi accorsi che della coppia era rimasta solo lei, sconvolta, che mi stava per toccare la spalla in cerca d’aiuto.

Mi chiese se avessi visto un bambino di otto anni, risposi di no, senza distogliere lo sguardo dall’entrata. Disse che suo figlio stava giocando attorno al castello, allora mi attivai e La guardai. Le chiesi se fosse stato suo figlio, sottolineandone la giovane età, a costruire il castello e lei inciampando nelle proprie parole mi rispose che no, il castello era già lì, ma aveva lasciato il piccolo Marco a giocarci, mentre lei era a pesca di uomini, aggiunsi nella mia testa notando le sue giovani-ma-non-troppo carni coperte in punti strategici da minuscoli lembi di bikini rossi. Il castello non mi sembrava più poi così interessante.

Lei caricò un calcio rabbioso contro la cinta ovest ed io ebbi un sussulto di paura, ma lo spesso muro resistette e tirai un sospiro di sollievo. Lei, d’altro canto, si fece male al piede e prese a saltellare sul posto frustrata.

Rimasi ipnotizzato dalle sue tette che asincrone non seguivano il movimento del resto del corpo, le vedevo rimbalzare a rallentatore. Sperai, pregai che un capezzolo potesse sfuggire dalla morsa ingiusta del reggiseno, ma lei smise di saltare, a discapito mio e di una forza finora nascosta che si palesava tra le pieghe del mio costume.

Lei si chiese se il figlio potesse essersi nascosto all’interno del castello, di cui io, per altro, mi ero completamente disinteressato. Si abbassò e i miei occhi si trasformarono in tondi fari di una vecchia automobile al pensiero di vederla chinata e forse, forse, intravedere qualcosa sfuggito a quel filo interdentale divorato dalle sue chiappe.

Tra un gemito e un’imprecazione lei completò la manovra ed era ora seni e ginocchia nel giardino interno del castello, bacino appoggiato sulle mura e culo all’aria.

Infilò la testa comodamente nell’apertura che dava nell’atrio e chiamò il piccolo Marco.

A seguito di questa distensione finale vidi tutto e tutto mi fu chiaro. Ribollivo, mi sentivo leggero e privo di qualsiasi responsabilità.

Non esitai un secondo di più, tirai fuori l’uccello di roccia e la penetrai.

Lei smise di chiamare Marco, ma non si ritirò indietro, né si sconvolse.

Cominciai a muovermi, un pistone che man mano che l’auto prendeva velocità aumentava di ritmo. Lei non emetteva nessun suono, non ci pensai, era lì, a ricevere.

Le venni dentro in un orgasmo di convulsioni bellissime e mi accasciai di lato, trascinandola a terra con me, pancia all’aria.

Osservai le nuvole e le accusai di voyeurismo, ma loro non risposero.

Chiesi poi a lei se fosse mai esistito Marco, se voleva in realtà solo essere scopata, ma anche lei era una nuvola e non rispose. Mi girai su di un fianco per ammirare il suo viso, a cui non avevo ancora prestato attenzione, ma la sua testa non c’era più, rimpiazzata da aria e sabbia color bordeaux.

Poi mi si oscurò la vista, sapore di sale e sabbia nei polmoni.

Contatto

Sono ad un bivio, se non mi esponessi ora non so che fine potrei fare. Non vi dico il mio nome, per ora. Sono un ventiquattrenne alla ricerca di tutto ciò che mi fa stare sereno. Poco fa, per esempio, ero alla ricerca di un modo per esprimermi, spero di trovarlo in questo piccolo antro invisibile. Per ora pubblicando qua dentro cerco di aiutare me stesso, ma in futuro spero che ci possa essere qualcuno che possa apprezzare quel che faccio.

Tchuss, DitaChiodate.